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La tempesta perfetta (mi accorgo che so respirare)

Sono solo le 20 ma è già buio, quando arriviamo all’ingresso. Un cancello sconosciuto ci proietta in un buco nero, illuminato da qualche fioco lampione qua e là. Ci incamminiamo, è quasi ora. Il viale è tutto dritto, la sua rotta delineata da pini marittimi alti come fari. Alzo lo sguardo e li vedo ondeggiare al ritmo del vento. Vento che viene dal mare. Il mare è proprio lì dietro, alla fine del sentiero, alla fine di tutto, ma è una pozza nera di cui si respira solo l’odore. Il cielo è completamente rosso, le forze della natura sembrano trattenere il respiro per poi scatenarci addosso la tempesta. Quando saremo arrivati e saremo del tutto indifesi contro la sua forza. Ma indietro non si torna, ricacciamo l’ansia nello stomaco e ascoltiamo i nostri passi nel silenzio della notte. Il mare ogni tanto si fa vedere, illuminato da lampi e fulmini che squarciano l’aria e trasformano l’orizzonte in una bolla di lava. Gialla, come un sole a mezzanotte. L’aria è elettrica, mentre proseguiamo e, non senza una qualche forma di improbabile stupore, mi rendo conto di essere quasi entrata nella storia. Rovine di un’epoca gloriosa appaiono a destra e ora anche a sinistra, pallide alla timida luce di quelle che mi sembrano torce lontane e invece sono solo faretti arancioni. Stringo le palpebre e metto a fuoco decorazioni floreali sulle quali, probabilmente, camminavano stanche le donne patrizie e i loro figli. Sembra quasi siano ancora lì, addormentate su qualche appartato giaciglio che non è visibile ai nostri occhi assuefatti. Ma ecco, una brusca curva a sinistra e siamo ancora più immersi nel buio. Camminiamo sull’erba e su grossi sassi che, familiari, ci indolenziscono i polpacci. In lontananza però, delle luci. E delle colonne, anche, asimmetriche e disposte in modo che appare eccessivamente regolare ma alle quali diamo il beneficio del dubbio. Che si meritano, perché sono belle, sinuosamente scanalate ad indicare il cielo, che nel frattempo è sempre più rosso, sempre più impaziente di liberare su di noi la sua scarica di energia. Il pino più grande che abbia mai visto ci si para davanti e si scuote in una danza ancestrale che ci incute soggezione, rispetto. La tempesta sta per arrivare, lo sa lui e lo sappiamo anche noi, mentre ci troviamo davanti ad un bivio drammatico: proseguire diritti e andare in braccio all’uragano oppure girarci verso destra e affrontare una scalinata ripida e incerta, a giudicare dai gradoni di marmo che ci osservano. Ci aspettano pazienti, da anni, secoli, millenni. Se il giudizio universale è giunto, decidiamo di andargli incontro e iniziamo a salire. Sempre più in alto, sempre più forte si fa il rombo dei tuoni. Non ce la faremo mai, pensiamo, dovremo scappare al più presto. E intanto arriviamo in alto e davanti a noi si para uno spettacolo inatteso. Siamo nel cuore di un anfiteatro, quale posto migliore per l’apocalisse elettrica? È la tragedia, è la natura umana, è l’ansia, è l’attesa di un qualcosa che conosciamo e che è ogni volta diverso, nuovo. E mentre scegliamo un gradone e ci abbandoniamo al destino, ogni minuto meno sicuri, meno calmi, il tempo improvvisamente accelera e passa rapido come un lampo d’emozione. La musica agita le colonne e i fulmini continuano a danzare sopra di noi. Eccola, arriva. E invece no. Neanche una goccia di pioggia fino alla fine di tutto. Poi inizia e decidiamo di farci tutt’uno con lei, di aiutarla a regalarci un tempo magico. E così sarà, magia pura fino a notte. Cantiamo, balliamo, bestemmiamo allora, che tutto si compia e i nostri capelli si impregnino di tutta quell’acqua, di tutta quella musica. Di tutto quel tempo che ci è stato concesso, chè siamo vivi. Purtroppo, come tutto, finirà. Ma noi eletti saremo tutti migliori e i nostri ricordi vivranno limpidi, sullo sfondo di un cielo rosso sangue.

 

 

(19 settembre 2009, Afterhours live @ Anfiteatro Romano di Ostia Antica)

~ di LaPiccolaIena il 25 Settembre 2009.

Una risposta to “La tempesta perfetta (mi accorgo che so respirare)”

  1. Be’, dopo la tragedia della manifestazione rimandata, questo sabba(to) italiano sembra proprio l’epilogo più indovinato, da elegante “Tempesta” shakespeariana alla rovescia. Del resto pure Grillo avverte nell’aria i prodromi di una rivoluzione sociale … senza eguali — e per una rivoluzione, sociale poi, è decisamente il colmo.

    E se finisse tutto a tarantellucci e acqua? Allora forse approderemmo a New Orleans, con, sul sottofondo, la voce roca di Armstrong e quella angelica di Ella Fitzgerald, che cantano a distesa “Dream a little dream of me”.
    L’America è sempre solo un sogno e niente cchiù.

    Baci ienetta, facciamoci coraggio almeno noi, che a navigare a vista ci siamo abituate. Ah!, e grazie dei saluti che mi hai lasciato da Gabriele.
    Tua Licia.

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